Morte di un amico I

I
Io dico, e tu confermi
in questa sera di cronachistiche angosce, dico e confermi:
il proiettile a volte come un dito sacrale
affonda nella fronte e lo riceve una tenera
pasta umana, lievitante, con ossa per denti di bambino
e tutto è bianco, pazzescamente
bianco, e il cielo è un lenzuolo
bianchissimo di infanzia: gocciasangue
candido latte sugli occhi e il pallore
del mondo, turbato come la sua vista

Tu confermi, e io ripeto,
in questa sera di notizie indifferenti, confermo e ripeti:
la lancetta gillette azzurra quanto un occhio azzurro
in un cielo azzurro sopra un mare azzurro,
la lametta lacera orizzonti di carta velina,
e gole feroci di teneri bambini
con rughe affettuose attorno ai dentini di latte
che masticano ossa maturate lentamente,
anni dietro anni in fila, quasi quaranta;
amico mio impazzito, quanta pazienza mi lasci

in eredità, fino alla mia morte..

II
Aveva gli occhi colmi di crepuscoli
colmi d’occhi colmi di crepuscoli,
e ne aveva abbastanza,
a metà della strada ne aveva abbastanza,

Tristezze violente come acquazzoni
e crepuscoli padri di crepuscoli,
non di aurore, di crepuscoli di aurore,
di attese dell’attesa: e ne aveva abbastanza.

Resisteva – oh, come resisteva, voi non lo sapete,
fino a quella mattina; no, quella mattina,
quel crepuscolo di mattina, quell’attesa senza fine
che un vortice nero giunse e non vide più nulla

solo lame sguainate, immense come piccole dita…
attorno a una sola torturata dalla sete:
dimenticatemi, dimenticatelo, impegnatevi
a dimenticare che lo avete dimenticato..

III
Ho appena saputo, amico mio,
l’essenziale, solo l’essenziale, nessuno sapeva di più
e tutto era rimasto così, essenziale,
– morte,
poi morte,
e poi soltanto morte.
in redeazione le mitragliatrici sui tavoli crepitavano,
raffiche di notizie: il mondo deve sapere
– non dite, amico, rassicurati, non di te,
ma dell’ondata di suicidi, questa notte,
sulla spiaggia lunare del benessere, di arena fina,
e del gas e dell’acqua e dei colpi di pistola,
che non ci hanno proibito, neppure per un istante
di avvelenarci blandamente di anidride carbonica
mentendoci con brindisi impudenti e pietosi –

in redazione, dunque, dicevo le mitragliatrici….
ma è meglio lasciare le immagini
quotidiane del piccolo mestiere di informatori del mondo
che ci ha rimpiccioliti nel corpo sette tondo
con cui domani diremo anche di te,
lasciamo stare e stringiamoci la mano
senza stringercela, come sempre, pudicamente

tanto, non lo saprà nessuno,
amico mio, neppure tu, adesso,
neppure io, fra poca pazienza..

IV
Parole di salnitro,
sulla tua gola spalancata,
perché non s chiuda più
la porta senza porte,
e tutti possiamo vederlo,
l’abisso a bocca aperta,
che graziosamente sorride
dai giornali, un corpo sette,
“un’ ondata di morte, ieri,
ha accompagnato – è disframmatica –
i funerali dell’anno…”

Pezzuole a perdifiato
sui filoni a cielo scoperto
delle tue vene minerali
finalmentr sfruttate
con picconi di dolore
e lancette di orologi,
perché scorrano i fiumi
liberati sulla terra,
senza più argini,
senza ponti, soltanto
con una foce, qui

d’inchiostro puro, stillato dal sangue..

V
Amico mio, scrivi, adesso,
con la penna intrisa nelle tue vene,
io soltanto lo so, forse, o lo ricordo,
avevi scritto un racconto
intitolato “il gatto” e
bellissimo lo avevano giudicato
tutti, invidiosi e timidi d’invidia,

ma tu avevi sentenziato
irrevocabilmente come un oracolo:
non dice tutto, è solo un’idea
di gatto, solo un’idea d’uomo, quindi.

e avevi rinunciato a dire poco

Amico mio, scrivi adesso,
che rosso e invitante calamaio la tua gola,
io soltanto lo so, forse, o lo ricordo,
quella sera, al cinematografo,
avevi criticato il grande Bergman:
“non dice mai
una cosa fino in fondo”

tu l’hai detta, adesso,
ripetila,
non ho capito bene,
e ho tanta pazienza…

VI
È una guancia di bambino
questo cielo di martedì,
le nuvole hanno lasciato
una pelurie di seta,

(e macchie infami e tristi
sugli zigomi del tempo)

il vento di gennaio
culla orizzonti appena nati
questa notte , e dolci ferite
dentro inguini vuoti di baci

(una un ventre oscuro, ieri,
ha partorito un uomo morto)

le case, questa mattina,
si sono messe a ballare
prima che si svegliassero
gli uomini ignari

(ma la parte di una via
è crollata in silenzio,
è restata al freddo, nuda,
la morte in punta di piedi)

VII
Sei partito,
non arriverai mai,
sulle rotaie delle tue vene
scivola la tua gola, urlando silenzi,

quelle rotaie
non finiscono
non cominciano neppure

faccia a faccia con l’universo,
che cosa gli stai gridando,
amico mio? io ti sento,
ma non capisco, troppo lontano
dalla tua impazienza,

sei partito,
io resto qui
ancora con le ginocchia
taglienti come vomeri
aro lenzuoli di speranza
figliando disperazioni

io resto,
non partitò, anch’io
non arriverò mai

VIII
Tra poco, sotto le ciglia dell’erba
io spierò il tuo sguardo sapiente,

avrai imparato tutto, amico mio,
e mi dirai che cosa devo fare

avevo tanti amici, armi fedeli,
e solo quasi nudo, disarmato,

Morire prima di loro? Precederli?
Sarebbe questo, adesso, dopo te?

Restare indietro? Venire per ultimo?
Il nulla alle mie spalle, non davanti?

Silenzio del silenzio: non rispondi
tra le ciglia dell’erba un occhio buio

Non dovevi farmelo, non dovevi,
mi hai lasciato solo con me stesso

e mi faccio paura..

IX
Parole taumaturgiche – dicevo
sempre cielo, scrivevo
sempre cielo, era facile
ricordarsi dello spazio, resistere,

Ma adesso i cieli sono tristi d’azzurro
e gli occhi dello spazio sono rossi,
iniettati del sangue dei suicidi

Pace, dicevo, e uccidevo la guerra,
ma adesso? questa guerra combattuta
da un esercito d’uomini feroci
contro se stessi? Come dire pace?

le parole stasera, sono in fuga
sui campi delle pagine sconvolte
dalla battaglia, e non mi resta più
che scrivere ora qui: il resto è silenzio…

X
Palpebre di dolore, avete chiuso finalmente
stasera quegli occhi troppo a lungo spalancati?

Occhi troppo a lungo serrati, avete aperto finalmente
quelle palpebre pesanti, come persiane di pioggia?

Tutto è uguale, niente è diverso, nessun vivo si è fermato,
forse non significa nulla che tu sia morto,

forse non significa nulla che io sia vivo,
forse significa tutto che tu morto, che io vivo…

XI
Sollevava sulle sue spalle, a mezza altezza
piccoli cieli come su robuste architravi
e qualche volta ne sorrideva, qualche volta no,
e spesso s’intristiva perché troppo leggeri
gli erano quei cieli, e bassi gli orizzonti

XII
Non è stata una notte soltanto
quella della tua morte: un esercito di notti
affiancate precipitarono
contro l’esigua falange degli amici superstiti
perforata dalle mille lance
di tutte le tue vene lacerate

Autore: Gianni Toti

Data: 1962

Numero serie: 1962_2658