armadi che si muovono
con uomini dentro,
vetri rotti ma
rotti artisticamente,
parole scritte e cancellate
(così: scritte e cancellate)
parole dette e reinghiottite
(glu – diciamo: glu?
e scriviamo e cancelliamo:
glu)
pietre addormentate
che si svegliano con la luce
elettrica,
ipotesi d’assalto,
facce dilatate (un orizzonte
a sinistra, uno a destra,
uno sulla nuca…etc)
uomini soli
lune sole
soli soli,
posti antincendio che bruciano
e ricerche visive
un quadro da gonfiare alla parete
(deve occupare
spazio nella stanza,
esserci davvero
aumentare il mondo
(diminuendo, va bene,
l’area navigabile)
poi le incudini al buio
con martelli di splendore
elettronico,
– tutto un lavoro d’èquìpe
visuale),
l’invisibilità labirintica
attiva l’occhio,
perchè
i ciechi vedono troppo
e le colonne in movimento
sotto il partenone di vetro
dividono gli azzurri stupidi
dei cieli consumati,
la partecipazione, si capisce,
è attiva ma
involontaria,
lo spettatore è attivo, elemento
d’animazione, forse anche
di osservazione (da parte
degli attori)
è un lavoro d’equipe, ripeto,
l’eudroit
foropre a la meditation,
sempre diverso, palcoscenico mobile
e quinte che camminano
(protagoniste spaziali)
quì doit servir a stimuler
la meditation au cours
da promenades lentes
(améne-moi ta mére
que je te refasse),
eccetera (al posto
della fine)
eccetera…
Autore: Gianni Toti
Data: 1963
Numero serie: 1963_4178



