I
Adesso, amico mio, sei soltanto
aria dell’epoca, così trasparente,
lievito d’uomo morto
in pensiero vivo
labbra mute, idea di labbra mute
in un volto senza più idea di labbra mute
senza idea senza labbra
senza volto
non so come pensarti, adesso,
tu non sei più,
e quasi non potrei dire neppure questo,
che tu non sei più,
già questo tu non esiste,
soltanto a volte immaginarti
come un discorso non chiuso in frasi,
come una frase non spezzata in parole
come una parola non frantumata in sillabe
forse, come un motivo musicale
non disceso nei suoni, non udibile …
II
Niente, mai
ci purificherà
dal sangue
e dalla morte.
noi eravamo
gli assassini
che non eravamo più
quando accusavamo
e giudicavamo
gli assassini
io, amico mio,
sono il suicida
omicida timido
di te stesso,
e continuo ad uccidermi
in questa contentezza
di sopravviverti
forse sei morto
per farmi più vivo
III
Stanno trascinando le parole,
e tu lo sapevi, e dunque perché
sopravvivere al nostro nome?
Non so risponderti, è vero,
ma non so darti ragione,
forse il mio nome mi sopravviverà,
e allora? forse anche il tuo nome,
forse è il nome di tutti, e forse
un nome solo, che riassuma ..
ma rammaricarsi, piangere, rimproverare,
giudicare anche, come è inutile,
la morte ha fame, la morte è così viva!
io non sono innocente della tua morte,
io sono Eidemann e Bruno Foscanelli,
io sono l’assassino la vittima il suicida,
non ti piangerò, io sono vivo e morto,
e resisto e uccido e massacro e sevizio,
e cerco una legge senza legge,
io sono la morte eterna.. (ci capisci adesso?)
IV
Profilo cancellato, occhio senza pupilla,
ormai sei elemento di statistica,
in una pagina azzurra fino all’esagerazione,
in un cielo impaginato male
tra un dente cariato di una montagna
e il seno che ancora sale di una collina,
sciolto nell’aria ormai, pura impossibilità,
accenni e inviti, e strizzi l’occhio al nulla,
con tutto il paesaggio dell’universo
stampato sulla tua forma che si disfa
come un azzurro impallidito
per l’incontro con lo scarlatto,
V
Tutti gli allarmi sisono spenti, ormai,
anche l’amico che ti bendò la gola,
e voleva morirti accanto quando la strappasti
dalle rotaie deragliate del tuo sangue,
sta lavorando, al giornale, a notizie di cronaca
intento, compilando anche notizie di suicidi
estranei, pure forme e parole senza significato,
e anch’io già sorrido e poi rido e mi vergogno
di essere così vivo, così contento di soppravviverti
e di dimenticare – facilmente, mi sembra,-
dopo tre notti dipinte sul soffitto, “il drammatico evento”
secondo lo stile dei cronisti incanagliti.
tutto è passato, abbiamo tutti deciso
di curarci l’amore, di salvaguardarci lo spirito,
di non prendercela troppo, anche se ci gurdiamo
nei corridoi se lui o se quell’altra, magari,
sono ancora lontani dal “drammatico”,
o se circola la fillia fra le parole
pestate con troppa forza dalla macchina
Archivio, dunque, e tiriamo avanti..
Ma perché, perché all’improvviso, ogni tanto,
“fa contatto”, qualcosa e tutte le suonerie
squillano come pazze – e poi piomba il silenzio
e facciamo tutti finta di non aver sentito….
VI
Tu dici la forcia del tempo
e l’agiti verso di me
come una vena lacerata
Bruciare tutto, anche il tempo
un giorno o l’altro, forse,
stanco del piccolo costruire
Per ora continuo a dare forma
all’informe, sillabe e virgole
al mormorio, e al fiotto delle parole
non mi sento, nel fondo,
che un filo nel tessuto
delle generazioni, e poco altro
o un passo, magari, soltanto,
che rotola nel tempo,
scheggiandosi e scrivendosi
VII
È triste, non c’è che dire :
te ne sei andato, capisco, eri stanco,
ma eravamo a metà strada
la tua pazienza era un fragile vetro
la nostra di duro cristallo,
che può rompersi certo in diceimila schegge,
ma che resiste ancora, sicuro
che il dubbio è a metà strada, e fra poco
spremo se avevi ragione tu
andandotene per la buona semplice ragione
che eri stanco ed era finita
la tua strada a metà strada ..
VIII
Un inverno coi piedi già immersi
in acque primaverili,
ma con la testa altissima, fra gli uragani,
e le mani scarlatte,
troppe vene lacerate, troppe gole aperte
inverno dolce e terribile,
porta via con te quando te ne andrai
il gomitolo di vene
che hai sparpagliato a Milano, e a Roma avvolgilo
attorno al tuo freddo dito,
e vattene per sempre non tornare più mai più ..
Autore: Gianni Toti
Data: 1962
Numero serie: 1962_2671







